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L’estetica del pregiudizio

Siamo vittime inconsapevoli delle nostre preferenze. C’è una sorta di dittatura estetica che, in silenzio, ci viene imposta molto più spesso di quanto crediamo.

Crea antipatie, sconoscenza, minuscole intolleranze, per poi sfociare in odio e astio o, nel peggiore dei casi, in eventi estremi.

L’estetica del “cattivo” viene scelta, guarda caso, da chi si è autoproclamato “buono”.

I “cattivi” vengono descritti compulsivamente, tanto da creare nel nostro immaginario una figura esatta: un colore, un tratto, uno zigomo, una lingua, una parola, una cultura, un tipo d’arte, un suono.

Tutto ciò che è stranamente diverso da ciò che può essere, al minimo, fonte di curiosità, diventa paura, anche se con il terrore c’entra poco.

Succede, purtroppo, anche in situazioni casarecce: nord e sud, campanilismi assurdi.

E tutti siamo stati vittime di “sconoscenza” che ha plasmato la nostra coscienza, dando spazio a narrazioni memorabili e ripetitive che sottolineano sempre le stesse parole, facendoci dimenticare o addirittura ri – raccontare.

Allora buono e cattivo si trovano troppo spesso divisi in vesti precise, e noi iniziamo a infastidirci davanti a ciò che non sappiamo spiegare, a criticare ciò che non riusciamo a imitare, a giudicare ciò che non capiamo.

E facciamo questo errore varie volte. Ossessionati dalla divisione tra buono e cattivo, belli e brutti, poveri e ricchi, meritevoli e non. Ognuno con la propria estetica precisa divide come sa. Una vera e propria ossessione catalogare e dividere in gruppi.

Non capiamo più chi è il nemico, e questo è ciò che peggio c’è della guerra. Si adorano dei guerrieri e capricciosi, che creano nemici con regie maestre. Ci ritroviamo a scegliere bandiere nuove e a piangere su coscienze in prestito. Stiamo sbagliando nemico
e ci stiamo imbattendo in battaglie autoimmuni.

L’estetica educa l’occhio. E l’occhio, finestra dell’anima, si può aprire, spalancare o ridursi a un minuscolo buco. E quando si restringe, riduciamo anche le nostre critiche, giudicando troppo in fretta: “questo è volgare”, “questo non è normale”, “questo non ha senso”. Ci abituiamo a comparare culture diverse con standard poveri, come se tutto dovesse rientrare nello stesso sguardo, allo stesso metro.

Quando vediamo un oggetto proveniente da remote regioni, spesso, a prescindere, ci genera distanza o inquietudine.
Lo collochiamo subito in categorie come superstizione, mistero, o qualcosa di indefinito e negativo, invece è semplicemente diverso.

Il nostro modo di vedere il mondo è influenzato dalla conoscenza e dalle credenze, ammettiamolo non sempre esatte! Più paure e pregiudizi abbiamo, più dovremmo interrogarci sui nostri orizzonti.

Non esiste un monopolio del pregiudizio. Ogni popolo, ogni cultura e ogni individuo possiede i propri specchi deformanti. L’altro viene spesso raccontato prima ancora di essere conosciuto; cambiano i nomi, le bandiere, le geografie e le estetiche, ma il meccanismo rimane lo stesso. Ogni cultura, prima o poi, ha scambiato il diverso per il pericoloso. Quando lo sguardo si restringe, il diverso smette di essere una scoperta e diventa una minaccia. E questa dinamica non ha nazionalità: può nascere tra continenti, ma anche tra nord e sud, tra città vicine, tra dialetti, tradizioni e modi diversi di abitare il mondo. A volte, per costruire un “altro”, basta il paese accanto.

Delacroix

Guardiamo l’altro credendo di descriverlo, ma spesso stiamo descrivendo noi stessi.

Delacroix

A volte non temiamo ciò che è diverso. Temiamo il significato che abbiamo imparato ad attribuirgli.