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Vincenza

Dalla timidezza nel raccontare le vite, alcune foto nella mia casa rimarranno per sempre mute. Forse è per questo che ho un urgenza logorante di raccontare, scrivere e documentare ogni cosa. Si cresce guardando foto bellissime a malapena conoscendo i nomi. Io vorrei solo sapere se sono stati un po’ felici.

Nella mia testina fantasiosa tra qualche storia e aneddoto ascoltato in cucina, mi sono raccontata mille volte versioni utopiche dei miei avi. Qualche loro successo da’ un po’ di speranza.

Per far vincere Vincenza, devo vincere io. E se nella sua eredità non ha lasciato che qualche piattino, delle lenzuola e la sua treccina che mia nonna conserva ancora, io sento ancora la sua volontà che fa a botte con la vita.

Così così, i fantasmi non son’altro che dolori ereditati e anche acquisiti che si stratificano ai nostri. Circuiti di sacrificio che si ripetono per ogni ragione o nessuna. Le donne sono coperte da un patina eroica disturbante. Le rende sacrifici umani per nulla e per nessuno. Destinate a portare cognomi e pesi che non saranno mai loro. Stranamente nessuno mai saprà perché?

Se di lei si dice che leggesse, scrivesse diari, e fosse istruita, dolce e mite, a me poco interessa.

Vincenza danzava nel retro di un giardino amalfitano. Ogni giorno spalancava le persiane verso il mare. Durante quella vacanza perse la testa insieme al libro delle preghiere. Visse la sua stagione d’amore tra limoni e cieli azzurri.

Io a lei questo non glielo posso negare. Ed è lì che la lascio per sempre.

Cominciamo ad amare le cose quando non possiamo amare le persone.

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