Certo che non basta amare le piante per farle crescere. Non basta neanche avere un gran pezzo di terra…
Il giardino aveva preso forma e, grazie ai giardinieri professionisti, il progetto era diventato un bel capolavoro!
Le aiuole, gli alberelli sparsi, le piccole dune floreali. In ogni angolo un cespuglio in fiore, una siepe e qualche albero fruttifero. Il padrone guardava soddisfatto.
Era riuscito perfino a far portare un vecchio ulivo, che mise proprio al centro. I giardinieri, contenti, avevano fatto davvero un buon lavoro.
Passò del tempo e la smania tornò. Al padrone, gli prendeva come un’ansia e, guardando il giardino, sentiva una strana urgenza di cambiamento.
Così, senza pensarci molto, chiamò il giardiniere.
«Sai, quell’ulivo bisognerebbe metterlo più vicino alla siepe. E la siepe, ora che ci penso, spostarla un po’ più a sinistra. E quel roseto… al posto dell’ulivo.»
Il giardiniere si impegnò a spiegare che le piante non si possono proprio muovere così. Proprio ora alcune stavano fiorendo.
«Che peccato… non è stagione. Sa, ognuna ha il suo terreno e il suo punto di luce.»
«Sei tu il padrone del terreno?» disse ad alta voce l’uomo.
«Allora fai come ti dico!»

Il giardiniere scavò buche, sradicò alberi, cespugli e piante e li mise dove gli era stato comandato.
Passò ancora un po’ di tempo e l’uomo strano lo chiamò di nuovo.
«Le piante non stanno bene. Bisogna capire cosa hanno. Non fiorisce nulla e qualche foglia è ingiallita.»
Il giardiniere, e di pazienza ne aveva, spiegò che il cambiamento porta tempo e che le piante non si possono mettere dove vogliamo noi, né muovere in quel modo.
«Ah! Ma allora!? Riportane qualcuna dove prima, stavano meglio, e poi vediamo.»
Il giardiniere, a malincuore, mosse di nuovo qualche pianta. L’uomo controllava il suo giardino in ogni istante e voleva certo avere fiori, piante e frutti. Ma poco si poteva aspettare.
Il giardino diventò spoglio, ingiallito, inguardabile. Chiamò su tutte le furie il suo giardiniere. Gridando disse:
«Ma allora! Ti ho forse pagato invano? Non hai preso le migliori piante? Non ti ho ordinato di starci dietro? Io il mio giardino lo amo tanto! Sradica di nuovo e cambiale di posto!»
Mortificato, il giardiniere, stringendo il berretto tra le mani, cercava di spiegare…
«Le piante, si sa signore, hanno il loro ciclo e il loro tempo che bisogna rispettare.»
«Il giardino è mio! Mie sono le piante! E mio sei anche tu, finché lavori per me! E se ti dico di muovere le piante, tu le muovi!»
«Ma signor…»
«Senza ma! Tu sei certamente pazzo, come fai a non capire?»

Pazzo lo era diventato davvero, a forza di aprire fosse e smuovere radici, a sudare di lavoro senza mai vedere sbocciare un fiore. L’ubbidienza lo portò alla pazzia. Perché più che un giardiniere si sentiva un aprifossa. E un giorno se ne andò, senza più tornare. Il giardino ormai era tutto morto.
«Pazzo, pazzo giardiniere!…» urlava sconcertato. Tutt’altro che fiori e frutti. C’erano solo rami secchi e foglie gialle.
E no, no, non si può giocare a Dio, neanche con le piante.

E no, no, non si può giocare a Dio, neanche con le piante.
